Nessuno matura né raggiunge la propria pienezza isolandosi (Fratelli Tutti, 95).
La transdisciplinarità la sento parte integrante della complessità del mondo attuale.
Infatti, a monte di questa parola, c’è proprio il concetto di complessità che si lega al paradigma tutto è connesso su cui abbiamo imparato a riflettere in ambito ecclesiale, ma non solo. Thomas Merton, in un suo saggio di metà ‘900 scriveva, Nessun uomo – o come meglio diremmo oggi: nessun essere umano – è un’isola. Un invito rivolto a ogni essere umano affinché possa provare a sentirsi parte di un tutto.
Una complessità, quindi, intesa come “ciò che è tessuto insieme”, da riconoscere e abbracciare e che permette di camminare insieme verso una collaborazione “poli-competente e pluridisciplinare” – come direbbe il filosofo e sociologo francese Edgar Morin. Concepire la complessità, la molteplicità delle più svariate dimensioni dell’esistenza, risulta importante per allontanarsi da inutili semplificazioni, da un pensiero riduzionista dall’adottare soluzioni semplici a problemi complessi per non rischiare di fraintendere la realtà in cui viviamo. L’approccio transdisciplinare va nell’ordine di una reciproca collaborazione e modificazione delle discipline stesse. Tra i saperi esistono connessioni che devono essere esplorate e svelate. Agli studiosi/e di oggi viene chiesto di essere in grado di maneggiare con agilità una varietà di argomenti e di metterli in relazione tra di loro, proprio a partire dal proprio ambito di competenza e superando i confini di un sapere settorializzato per espandere la propria conoscenza, favorendo il dialogo e la circolazione dei saperi.
Questo approccio si collega alla riforma degli studi ecclesiastici, che incoraggia una visione integrata della conoscenza in linea con la complessità e la diversità del mondo attuale. La Costituzione Veritatis Gaudium, ad esempio, presenta la transdisciplinarità come un'opportunità per offrire una pluralità di saperi […] corrispondente alla ricchezza multiforme del reale (n.4c).
Nausicaa Marchiori
“L’ecumenismo, prima di tutto, si fa a casa propria”
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